Prefazione di Marco Bernasconi
Cosa spinge un uomo, il Riva, che ha sfornato più di cinquanta libri di economia aziendale, ed è giunto alle soglie del mezzo secolo di vita, a iscriversi a un corso di scrittura creativa?
Se si sta ad ascoltare lui, si viene narcotizzati per quasi un’ora dalle solite, profonde motivazioni, che vorrebbero giustificare l’ingiustificabile: desiderio di uscire dal guscio quotidiano, per far emergere la propria vena artistica, e via cianciando.
Più esplicativo è il termine medico cui ricorre sua moglie Daniela: andropausa. Cioè il complesso dei fenomeni di ordine fisiologico, e talvolta anche psichico, derivanti dal calo del testosterone, l’ormone principalmente maschile.
I fenomeni fisiologici sono visibili a occhio nudo, fa notare Daniela: basta osservare la crescita dei cespugli nelle orecchie, chiaro indizio che gli ormoni sono in via di rincoglionimento senile. Ma i sospiri rassegnati lasciano intendere che, sotto sotto, c’è dell’altro.
L’aspetto psichico si manifesta nell’assunzione di iniziative inconsulte, come l’improvvida iscrizione a corsi di recitazione e di scrittura creativa.
L’anno recitativo è destinato a concludersi con il rivoltamento di Shakespeare nella tomba: poco male. Sarà il milionesimo, visto che, da secoli, molti corsi per principianti terminano con un saggio tratto dalle opere del drammaturgo inglese.
Maggiori problemi derivano dal fatto che, al corso di scrittura creativa, al Riva hanno fatto scrivere racconti, con inesorabile cadenza settimanale.
Che al corso di scrittura creativa si scriva è tautologico, direbbe lui, con l’aria di chi è stato appena investito da un’ondata di cultura, e ha scoperto l’esistenza di vocaboli che, fino a pochi mesi fa, avrebbe ritenuto appartenere a un universo parallelo. Una tautologia è un’affermazione vera per definizione, gli hanno insegnato i corsisti di formazione ellenica, e da allora lui vede tautologie un po’ dappertutto.
Ritiene quindi tautologico che, dopo avere scritto, si proceda alla pubblicazione. Non presta ascolto a chi vorrebbe indurlo a riflettere, che non tutto ciò che si scrive debba essere per forza pubblicato: come dimostrano i temi svolti a scuola, destinati a giacere dimenticati per decenni, prima di essere smaltiti.
Qui entra in gioco la nostra casa editrice, specializzata in manuali amministrativi, della quale il Riva è uno dei principali autori.
Cosa avremmo dovuto fare, noi di Diamint.com, di fronte al suo fervore letterario? Lasciare che perdesse tempo e senno nella vana ricerca di un editore, disposto a dargli ascolto? O metterci una mano sulla coscienza, rendendoci disponibili a pubblicare la sua opera? Abbiamo optato per questa seconda strada, non immaginando di quanti ostacoli fosse irta.
(...)
L’ironia del Riva è più assurda, che surreale. I suoi racconti necessitano sovente di una spiegazione, che lui non saprebbe dare: in quanto l’abbia dimenticata, o poiché non vi sia mai stata, è irrilevante.
La casa editrice Diamint.com mi ha quindi chiesto di cercare di capire, nei limiti dell’umanamente possibile, i suoi racconti, e di predisporre alcune note, che aiutino i lettori nella comprensione.
Siamo quindi di fronte all’assoluto paradosso: l’opera letteraria prima, e si spera ultima, di un maturo esordiente viene annotata e commentata in calce, come se si trattasse del capolavoro di uno dei grandi scrittori della letteratura mondiale.
Come se tutto ciò non bastasse, a opera praticamente chiusa è giunta la notizia che il Riva voleva ospitare un paio di racconti della sorella Elena. Nonostante io non abbia nulla contro di lei, l’iniziativa mi è parsa inopportuna, perché sa tanto di feste di sfigati, in cui si portano dietro le sorelle per cercare di rendere la situazione meno deprimente.
Mi sono quindi permesso di lanciare una battuta sarcastica all’Autore, invitandolo a ospitare, già che c’era, un paio di racconti dei figli: incredibile a dirsi, lui ha organizzato la cosa.
Il libro che doveva essere di Marco Lorenzo Riva si è quindi trasformato, di fatto, in una raccolta infarcita di parenti.
Apoteotico!
Per fortuna ci sono Marta Minardi e Massimo Mirandola: persone che, dopo avere sopportato le intemperanze del Riva, nonché la sfibrante lettura dei suoi racconti, durante il comune corso di scrittura creativa, hanno accettato di essere ospiti in questa raccolta, apportandole brani pregevoli.
Troppo poco, purtroppo, per risollevare le sorti di un’opera, che non si esita a definire uno sfregio indelebile all’immagine della letteratura di ogni tempo e luogo.